La nostra scelta più importante è il modo in cui decidiamo di vivere la nostra vita. La felicità è amore, nient’altro.

Katia Botta

martedì 12 settembre 2017

La preghiera del "qualsiasi cosa", un atteggiamento di abbandono alla divina provvidenza

“Dai a Dio il permesso di fare ciò che vuole nella tua vita ”


Nella mia vita l’espressione “qualsiasi cosa” ha assunto un senso spirituale. Lasciate che mi spieghi.

“Avete mai sentito parlare della preghiera del qualsiasi cosa?”. L’ho domandato ad alcuni amici recentemente. Nessuno sapeva di cosa stessi parlando. E questo non è che mi abbia stupito. Vedete, ho coniato io stessa la formula...

Si tratta di un tipo di preghiera che lo Spirito Santo mi ha spinto a fare più volte in questi giorni; in tale preghiera io dico a Gesù: 

“Qualsiasi cosa tu voglia, io la voglio. Qualsiasi cosa tu scelga, io la scelgo. Qualsiasi cosa tu dica, io la farò. Qualsiasi cosa tu mi doni, io l’accoglierò. Qualsiasi cosa tu mi rifiuti, io accetterò questa decisione. Qualunque sia il tuo progetto, io me ne rallegrerò. Qualsiasi cosa, Signore. Qualsiasi cosa”.

Questo è un atteggiamento che i santi chiamano abbandono alla divina provvidenza o resa totale a Dio. Il mio direttore spirituale dice che un simile tipo di abbandono e di speranza fiduciosa in Gesù è preferibile allo scegliere una cosa oppure un’altra. Significa “dare a Dio il permesso”, per così dire, di fare con me ciò che vuole. Se io realmente permetto a Gesù di essere il Signore e Maestro della mia vita, allora devo essere pronta ad abbandonare la mia volontà per accogliere la sua volontà, i miei progetti per realizzare i suoi progetti, come pure i miei tempi per adeguarmi ai suoi. Quando avevo da poco ricevuto il battesimo nello Spirito Santo, avevo affisso una scritta sulla mia scrivania che diceva: resa incondizionata. Sapevo di avere bisogno di un costante promemoria riguardo a quello che la conversione a Gesù esigeva da me. È come firmare un assegno in bianco e consegnarlo a qualcun altro perché ne decida l’importo. C’è da prendere paura, non è vero?

Non proprio, perché il nostro Signore è così buono e gentile che arrendersi a lui è, allo stato attuale, la cosa più sensata e sicura che una persona possa fare. Quando ci abbandoniamo alla sua amorevole provvidenza, possiamo essere perfettamente tranquilli. Egli è Dio. Ogni cosa gli appartiene. E noi sappiamo quanta cura abbia del suo popolo, come dice Davide nel salmo: “Quanti prodigi hai fatto, Signore Dio mio, quali disegni in nostro favore: nessuno a te si può paragonare (SaI 39,6).

Un mio saggio amico cristiano una volta mi disse: “Patti, non ci sono limiti a quello che Dio può fare nella vita di qualcuno che si abbandona completamente a lui”. E questo è assolutamente vero. Basta che leggiate i Vangeli e lo potrete constatare. Un’umile vergine di nome Maria è diventata la Madre di Dio.

Un falegname di nome Giuseppe è divenuto il custode del Redentore. Simon Pietro, il pescatore, è diventato papa. Un esattore delle tasse come Matteo è divenuto un evangelista. Maria Maddalena, una prostituta, è stata la prima a dare l’annuncio della risurrezione di Gesù. Un persecutore di nome Saulo è diventato Paolo, l’apostolo delle genti. E la lista potrebbe continuare.

Chiunque si arrenda incondizionatamente, che firmi l’assegno in bianco, che si abbandoni alla divina provvidenza, che preghi quella preghiera, sarà trasformato addirittura al di là delle sue più rosee aspettative. Un’antifona della liturgia delle ore recita: “Arrenditi a Dio, ed Egli farà qualsiasi cosa per te”. Qualsiasi cosa!

Forse lo Spirito Santo mi ha fatto ricordare l’importanza dell’abbandono alla volontà di Dio perché questi sono tempi davvero critici per la Chiesa. Il Signore ha bisogno di un popolo che si arrenda a lui, attento alla sua voce, e che desideri fare qualsiasi cosa Egli comandi.

Lo Spirito Santo aleggia sopra di noi e ci incoraggia ad abbandonarci completamente a Dio. Diciamo con tutto il cuore: “Qualsiasi cosa, Signore, qualsiasi cosa”, ed osserviamo con attenzione ciò che farà.

Dopo aver parlato al nostro gruppo della preghiera del ‘qualsiasi cosa’, una donna mi disse di aver formulato una petizione silenziosa al Signore. Consisteva di due sole parole, ma diceva tantissimo... “qualsiasi cosa”. 

E voi, siete in grado di arrendervi a Dio in questo modo?






immagine dal web


(Patti Mansfield – Dalla rivista Ruah del RnS)

http://digilander.libero.it/rinnovamento/documenti/cate_079.html

venerdì 19 maggio 2017

Siamo come goccioline di rugiada

A volte non ci rendiamo conto delle cose belle che ci accadono fino a quando non le raccontiamo, fino a quando attraverso le parole diamo anima ai nostri sentimenti, alle nostre emozioni, ai nostri incontri.
Siamo come goccioline di rugiada e non ci rendiamo conto della nostra luminosità finché un raggio di Luce più intenso non ci illumina…ed era proprio qui accanto a noi: Gesù raggio di luce, amore e speranza.

Buona giornata a tutti nella luminosità di questo giorno. Katia

Maranathà! Vieni Signore Gesù e illuminaci



                                IO SONO LA LUCE DEL MONDO
Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Giovanni 1,9

Mentre avete la luce credete nella luce, per diventare figli della luce. Gesù disse queste cose, poi se ne andò e si nascose da loro. Giovanni 12,36

Grazie per aver dedicato il tuo tempo a questa lettura.
Buona Vita, Pace a voi! Katia Botta

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venerdì 12 maggio 2017

La libertà interiore che non dipende dalle condizioni esterne.

 L'equanimità è un sentimento di amorevole gentilezza non giudicante, più lavoriamo allo sviluppo dell'equanimità, e più la parola 'rilassamento' acquista un significato più vasto.
 


"L'equanimità è l'opposto dell'attaccamento, è non-attaccamento. [...] L'equanimità è l'anima della presenza mentale che chiamiamo consapevolezza non giudicante [...]. L'equanimità è il cuore della saggezza, non si può vedere in profondità senza l'intimo equilibrio dell'equanimità.

[...] Se è assente l'equanimità, può un sentimento di amorevole gentilezza essere davvero incondizionato e privo di riserve? È impossibile. Si tratterebbe di una preferenza e non di quell'apertura radicale cui si allude parlando di gentilezza amorevole incondizionata. Non possiamo nemmeno essere sinceramente compassionevoli, se al cuore della nostra compassione non c'è una reale presenza di equanimità. Saremmo identificati con la sofferenza, proveremmo dispiacere, amarezza, cordoglio, commiserazione, ma tutto ciò non è compassione. La compassione è una grande forza, perché è una combinazione di tenerezza e di stabilità, la stabilità che proviene, appunto, dall'equanimità.

[...] Talvolta viene usato il termine 'egoità', per sottolineare che il lavoro consiste nell'imparare a osservare, sempre di più, e in modo sempre più accurato e disteso, il sorgere dell'io-mio, che è pura pratica di vipassanā. E la pratica di vipassanā è pratica di equanimità.
Se lavoriamo in questo modo, rivolgiamo la nostra attenzione in particolare all'area della reattività [...], il nemico antitetico dell'equanimità. Ma rivolgiamo l'osservazione anche a ogni forma di indifferenza [...], ricordandoci che l'indifferenza è un indurimento, un'avversione congelata [...].
Un'accresciuta energia investe la nostra motivazione, il nostro impegno, allorché cominciamo ad assaporare momenti di vera equanimità, allorché cominciamo a gustare la qualità speciale di libertà che si accompagna all'equanimità. Si tratta di un primo assaggio di quella libertà interiore che non dipende dalle condizioni esterne. È un profondissimo sollievo quando cominciamo ad assaporarla [...].

Più lavoriamo allo sviluppo dell'equanimità, e più la parola 'rilassamento' acquista un significato più vasto. Comprendiamo cosa possa essere un totale rilassamento [...] Forse siamo stati contratti, senza saperlo, per un'intera vita. E quando cominciamo di nuovo a gustare qualche momento di vera distensione mentale, [...] la forza di questa sensazione di sollievo ci fa letteralmente trasalire.
Ci accorgiamo, allora, di quanta sofferenza crei la reattività" (pp. 115-117).

Vorrei sottolineare, se ce ne fosse bisogno, questo intimo rapporto di vicendevole implicazione tra l'equanimità, il rilassamento e la non reattività. In altre parole - e mi sembra questo un elemento estremamente interessante: la pratica di equanimità è qualcosa di non meramente mentale. Anzi, a dire la verità, il lavoro dell'equanimità va contro la tendenza (la reattività) del mentale. È pratica di svuotamento delle considerazioni, delle valutazioni, delle tecniche, delle strategie, delle reazioni: è pratica di alleggerimento, di pulizia, di acquietamento, di scioglimento delle tensioni. Il corpo ne risente: si calma, si dà pace, si rilassa. Si percepisce nitidamente un forte senso di pulizia, di centratura; è uno stato di presenza a ciò che è, è prendersene cura, sciolti da qualsiasi condizione. Ciò che è condizionato, ciò che è motivato non è equanimità.

Tratto da: “L'intelligenza spirituale” di Corrado Pensa.




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Buona Vita, Pace a voi! Katia Botta
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